
Alcuni anni fa a Bilbao, in una giornata terribile con la pioggia che colpiva di taglio, ci siamo rifugiati dentro al Guggenheim, per provare l’utopia collodiana di camminare nello stomaco di un pesce gigante, per metà fatto di luce e acqua, l’acqua del Nerviòn.
Lo stomaco della grossa creatura pinnata di Gehry, lungo 170 m, sbrodolava al suo interno l’indigesta istallazione di Richard Serra dal titolo “The matter of time”, a ricordarci che non saremo mai a “lunga conservazione”.
Non ho intenzione di parlare di Arte Processuale o di costruzioni minimaliste: queste ciclopiche bobine, in quel giorno bagnato di noia, non erano altro che rotoli e “srotoli” di acciaio.
Fortunatamente.
Solo il tempo ti ingozza di un surplus di informazioni che a volte fanno perdere un po’ il senso del semplice esserci e quelle immense tagliatelle di pasta metallica sono diventate, nel mio pensiero non più vergine, degli inamovibili mostri cervellotici impossibili da gestire.
“È così che ti frega la vita” diceva Baricco, riferendosi a tutt’altra cosa, ma la frase torna utile per ribadire quanto ci ubriachiamo di superfluo e ne facciamo la nostra droga, la nostra ragione di esistere.
Beata ignoranza di allora.
Ho abbandonato la pedante audioguida e ho acceso il lettore mp3 lasciando che “capitasse” la canzone giusta.
Niente di programmato, niente di intellettuale, neppure sapevo chi fosse Serra allora e tantomeno quali speculazioni artistiche potessero nascondere quei “cosi immensi e minacciosi”.
Sono entrato nel gomitolo di ruggine più introverso, rischiarato dalle parole di “Papa” Alessandro, (“eternal sunshine of the spotless mind”!!!!!) e ho lasciato che quel girotondo solitario scacciasse le mie perplessità sul perché fossi finito lì.
Col tempo ti abbuffi di cose che trovi sui libri o sulle riviste specializzate, su siti e su labbra di persone autorevoli, per giustificare la tua attrazione per un mondo che non ti sai spiegare, per rendere conto dei i tuoi strani gusti e delle tue inclinazioni deprecabili.
Qualcosa che si possa citare a memoria, che sia altisonante, estremamente tecnico nel gergo e non dia modo al tuo interlocutore insolente di avanzare dubbi sull’oggetto del tuo piacere e io, ormai trentenne pieno di insicurezze verso i miei interlocutori fottuti, cito a memoria da dove ho letto (probabilmente da quella fonte inesauribile e “indiscutibile” di sapere che è Wikipedia o forse da un classico della critica d’arte): “…ancora oggi però, è più conosciuto (Serra) per le sue costruzioni minimaliste costituite da grandi rotoli, una sorta di bobine e fogli di metallo. Di solito, le parti delle sculture si sostengono da sole e ciò enfatizza il peso e la natura dei materiali. Le bobine sono disegnate per incurvarsi nel tempo. Le sue sculture passano prima per un processo di ossidazione, ma dopo 8-10 anni, la patina dell’acciaio diventa di un colore che rimarrà relativamente stabile”.
Io anni fa, ignorando tutto questo, sono semplicemente entrato e passo dopo passo, li dentro c’ho visto un’intera esistenza, con le sue curve morbide e le sue ombre improvvise che tagliano a metà il percorso e non me ne vogliate se cito due volte Baricco nello stesso post (può capitare), ma a ripensarci mi viene in mente il circuito automobilistico che Ultimo Parri lascia in eredità alla sua amante di sempre alla fine di “Questa storia”: entrambi percorsi e pieghe imprevedibili che nel loro caos genuino, sanno di vita.
