Abbandonare i Testimoni di Geova, perdere amici e famiglia: il documentario - Video - RepubblicaTv
Emidio sta per sposarsi, ma nessuno dei suoi parenti verrà al suo matrimonio, nessuno dei suoi amici d’infanzia sarà al suo fianco. Perché Emidio - che ha diligentemente trascorso l’infanzia e l’adolescenza fra il senso di colpa e l’attesa della vita eterna, dividendosi fra gli “studi biblici” e la “predicazione” - non è più un Testimone di Geova: adesso è un “disassociato”, un emarginato, una persona da cui stare alla larga. Così vuole la ferrea legge interna al movimento religioso. Nell’attesa di un nuovo inizio con la compagna Vera, indaffarato fra bomboniere e partecipazioni, Emidio scende a patti con il suo passato e con l’assenza dei suoi cari, in un percorso “gioioso e drammatico al tempo stesso”
Il documentario di Cristina Picchi è tratto dal blog ildisassociato.net di Emidio Picariello, che ha recentemente raccolto la sua esperienza nel romanzo “Geova non vuole che mi sposi” - Editori Riuniti, 2011
Fermi tutti, qui c’è un’errata interpretazione di intenti.
Indubbiamente stanno succedendo cose curiose, basta fare i debiti collegamenti; non venitemi a parlare di casi isolati.
Meno di un mese fa, al Metropolitan di New York, una donna si è tuffata dentro alle braccia graciline dell’Attore di Picasso, strappando la tela.
Detta in questo modo la situazione suona apocalittica ed è così che l’ho letta in giro su internet, ma il danno in realtà sembra essere rimediabile con interventi “non invasivi”.
Ma non è l’entità del danno che dobbiamo studiare, ma come in molta arte degli ultimi 50 anni, quello che conta è decifrare il GESTO.
Si è parlato di una mancanza di equilibrio, si è data la colpa al muro umano di “amici dei musei” che si è accalcata contro l’opera (smaniosa di carpirne anche il minimo particolare), si è dibattuto sulla mancanza di attenzione da parte della sicurezza.
Stronzate.
Io rifiuto interpretazioni così banali e naif, rifiuto il rugginoso rasoio di Occam e scelgo di arrampicarmi sulla montagna del “cerebrale”.
Scartando l’ipotesi di un ceppo deviato e particolarmente aggressivo della sindrome di Stendhal, sono finito a ripensare alle morbide tinte dei “sogni” di Kurosawa, alle passeggiate nei campi di grano popolati di corvi, in compagnia di un pittore un po’ pazzo.
Ma quel gesto aveva un piglio che esulava da tutto questo, non riuscivo a capire ma sentivo che c’era qualcosa che mi era irrimediabilmente sfuggito.
Poi la risposta è arrivata, ieri, sotto forma di link e si è dipanata la nebbia.
Quel giorno al Met si stava facendo ARTE.
È stato scoperto poco tempo fa, alla Gnam di Roma (Galleria Nazionale di Arte Moderna e Contemporanea) uno sputo sull’opera di Lucio Fontana “Concetto spaziale – Attese”.
Un gesto ancora più forte di quello della tuffatrice del Metropolitan: il soggetto in questione, conscio che a 45 cm di distanza l’allarme sarebbe entrato in funzione, si è posizionato perlomeno a mezzo metro dal suo obbiettivo e, leccandosi il dito e puntandolo al cielo per valutare l’influenza delle correnti d’aria sulla detonazione, ha esploso un proiettile di saliva mista a catarro contro i celebri “tagli” dell’artista che per primo, ha scandagliato i problemi dello “spazio”.
Questo, come l’episodio del Met, non sono atti di vandalismo (volente o nolente) isolato , ma una presa di coscienza piena e matura delle riflessioni del vecchio Lucio.
Non mi stupirei se qualcuno al Louvre, in questo momento, armato di nuova consapevolezza e di uno scalpello, uscisse dal magma di braccia, gambe e videocamere e desse una sana dose di spazialità alla Monnalisa o a chi è lì per fotografarla.
Le riflessioni sulla spazialità sono tornate in auge e si esplicano in gesti fortemente significativi, che possono andare da un misero buco su un quadro qualsiasi fino a omaggiare il proprio guru, con una misurazione meticolosa dello spazio che ci divide dalla sua grandezza, mediante i proprio fluidi corporei.
Peccato che quel giorno alla Gnam, dietro a un simile genio, non fosse passato il fantasma di Ugo Mulas per immortalare l’evento.
O per prenderlo a calci.

Ugo Mulas “Lucio Fontana”, Milano, 1964
Remembering Mark Linkous

The Venators, Venators not Partisans - 2009
part three
the last one

The Venators, Venators not Partisans - 2009
part two

The Venators, Venators not Partisans - 2009
part one

Alcuni anni fa a Bilbao, in una giornata terribile con la pioggia che colpiva di taglio, ci siamo rifugiati dentro al Guggenheim, per provare l’utopia collodiana di camminare nello stomaco di un pesce gigante, per metà fatto di luce e acqua, l’acqua del Nerviòn.
Lo stomaco della grossa creatura pinnata di Gehry, lungo 170 m, sbrodolava al suo interno l’indigesta istallazione di Richard Serra dal titolo “The matter of time”, a ricordarci che non saremo mai a “lunga conservazione”.
Non ho intenzione di parlare di Arte Processuale o di costruzioni minimaliste: queste ciclopiche bobine, in quel giorno bagnato di noia, non erano altro che rotoli e “srotoli” di acciaio.
Fortunatamente.
Solo il tempo ti ingozza di un surplus di informazioni che a volte fanno perdere un po’ il senso del semplice esserci e quelle immense tagliatelle di pasta metallica sono diventate, nel mio pensiero non più vergine, degli inamovibili mostri cervellotici impossibili da gestire.
“È così che ti frega la vita” diceva Baricco, riferendosi a tutt’altra cosa, ma la frase torna utile per ribadire quanto ci ubriachiamo di superfluo e ne facciamo la nostra droga, la nostra ragione di esistere.
Beata ignoranza di allora.
Ho abbandonato la pedante audioguida e ho acceso il lettore mp3 lasciando che “capitasse” la canzone giusta.
Niente di programmato, niente di intellettuale, neppure sapevo chi fosse Serra allora e tantomeno quali speculazioni artistiche potessero nascondere quei “cosi immensi e minacciosi”.
Sono entrato nel gomitolo di ruggine più introverso, rischiarato dalle parole di “Papa” Alessandro, (“eternal sunshine of the spotless mind”!!!!!) e ho lasciato che quel girotondo solitario scacciasse le mie perplessità sul perché fossi finito lì.
Col tempo ti abbuffi di cose che trovi sui libri o sulle riviste specializzate, su siti e su labbra di persone autorevoli, per giustificare la tua attrazione per un mondo che non ti sai spiegare, per rendere conto dei i tuoi strani gusti e delle tue inclinazioni deprecabili.
Qualcosa che si possa citare a memoria, che sia altisonante, estremamente tecnico nel gergo e non dia modo al tuo interlocutore insolente di avanzare dubbi sull’oggetto del tuo piacere e io, ormai trentenne pieno di insicurezze verso i miei interlocutori fottuti, cito a memoria da dove ho letto (probabilmente da quella fonte inesauribile e “indiscutibile” di sapere che è Wikipedia o forse da un classico della critica d’arte): “…ancora oggi però, è più conosciuto (Serra) per le sue costruzioni minimaliste costituite da grandi rotoli, una sorta di bobine e fogli di metallo. Di solito, le parti delle sculture si sostengono da sole e ciò enfatizza il peso e la natura dei materiali. Le bobine sono disegnate per incurvarsi nel tempo. Le sue sculture passano prima per un processo di ossidazione, ma dopo 8-10 anni, la patina dell’acciaio diventa di un colore che rimarrà relativamente stabile”.
Io anni fa, ignorando tutto questo, sono semplicemente entrato e passo dopo passo, li dentro c’ho visto un’intera esistenza, con le sue curve morbide e le sue ombre improvvise che tagliano a metà il percorso e non me ne vogliate se cito due volte Baricco nello stesso post (può capitare), ma a ripensarci mi viene in mente il circuito automobilistico che Ultimo Parri lascia in eredità alla sua amante di sempre alla fine di “Questa storia”: entrambi percorsi e pieghe imprevedibili che nel loro caos genuino, sanno di vita.

L’insostenibile leggerezza del nulla
The Kinks - Strangers

da “Il Barlume”, gennaio 2010
Dicono che per scrivere un buon diario, sufficientemente completo, si dovrebbe attendere tanto da non avere più tempo di farlo. Io non ne farei una questione di qualità. Se hanno coniato un proverbio che raccomanda di “non rimandare a domani” è per colpa della patologica mancanza di voglia che ci affoga le giornate. E in effetti, tenere un diario è una faccenda tremendamente noiosa. Poi però vediamo i diari degli altri. E “come sono belli i diari degli altri!”. Allora ci prende la smania di averne uno, anche noi si, uno corposo, pieno di aneddoti, per poter dimostrare quanto siamo vivi, quante ne abbiamo fatte di cazzate. Quanto siamo fighi. Riempiamo diari perché qualcuno un giorno li legga e pensi proprio questo. Così, all’inizio del nuovo decennio, neppure noi abbiamo resistito alla tentazione di mostravi come si raccoglie un bel memoriale, come si rifila agli altri la propria mostruosa e pedante esistenza, senza troppi complimenti. Sfrondando e livellando, in modo diabolicamente disonesto, vi portiamo l’essenziale di due vite. Anche se, probabilmente, ne avreste fatto volentieri a meno.
(8 dicembre 2009 al LUCCAdigitalPHOTOfest)
“Accompagna questi lavori fotografici un’ installazione formata da tante barelle dal titolo” barelle della misericordia”. Sono delle strutture leggere in acciaio, dalle proporzioni ridotte, effimere nella loro fragilità che presentano identità di persone diverse tra loro, visibili dai differenti nomi (scritti in arabo) incisi sulla rete metallica legata ad ogni barella, insieme a degli oggetti fusi in allumino che ricordano l’intimità del quotidiano, bicchieri, spazzolini da denti, scarpe.”
http://www.luccadigitalphotofest.it/index.php?option=com_content&view=article&id=125%3Aguerresi&catid=12%3Amostre&Itemid=24&lang=it
E infatti ci sono inciampata.
Credevo fosse uno scaleo.

Maïmouna Patrizia Guerresi, “Asilo Polittico”
-Dai un bacio a tua madre, Maurice!- si sente piagnucolare in modo isterico dalla camera da letto e l’uomo, ormai sullo zerbino di casa, inverte la rotta a capo basso e scompare nel buio del corridoio.
Come fosse il “miglio verde” prima della sedia elettrica.
Sarebbe l’incipit di “Requiem for a dream 2” se Aronofsky avesse davvero cercato di calcare la mano.
Nella classifica delle immagini più tristi, questa del “daje un bacetto a mammà” prima di uscire, indubbiamente, si posiziona a temperature da tormenta di neve.

Suzanne Valadon et son fils Maurice
Tutto però si colora di tinte imprevedibili se immagino che su quel letto sia arenata la pittrice Suzanne Valadon e l’uomo sul pianerottolo che cerca di uscire, senza elargire tenerezze, sia suo figlio Utrillo, terribilmente in ritardo all’appuntamento davanti a un fiasco di vino con Modigliani.
Come si fa a non sentire la voce della donna aggiungere, a porta ormai chiusa: -E non bere troppo!-
La vita è davvero pazzesca.
Una scena di ordinaria tristezza casalinga catapultata nella Parigi, ma che dico Parigi, a Montmartre nei primi decenni del 1900, tra assenzio, tavolozze cromate e capezzoli duri, dove il piccolo Maurice Valadon (in seguito Utrillo, grazie a qualcuno che si è preso la briga di riconoscerlo, senza averlo probabilmente concepito) cresce, progettando insieme al suo fegato, fughe da scuola e allegre capatine nelle osterie dei bassifondi.
Penso a questo ragazzo che, nel fiore della pubertà, si trova tutti i giorni nel salotto di casa bellissime modelle, che spingono generosamente il culo in fuori sfidando la gravità, inginocchiate sulla poltrona dove schiaccia i suoi pisolini e sua madre, poco lontana, di fronte a una tela ancora a metà, che invece spinge in fuori le sue labbra di mamma per avere il bacino di ordinanza, prima che lui esca.
Ovviamente a 21 anni Utrillo è impazzito.
E non per una spocchia da artistoide, è andato fuori di testa nel vero senso della parola: colpito da una malattia mentale, ha passato la vita entrando e uscendo dai manicomi di Parigi.
E la sua esistenza in simbiosi con la pittrice e la bottiglia (sembra che nei momenti di crisi, piuttosto che accettare l’acqua, si attaccasse anche ai campioncini di profumo, con grande disappunto di Madame Valadon) lo costrinse a scegliere di subissarci con il post-impressionismo e un’alienazione da cartolina.
Come se ci fosse davvero bisogno di un POST.
Già…

Suzanne Valadon “Dopo il bagno”, 1908; pastello su carta, 60X75 cm; Ginevra, Fondation d’art moderne Oscar Ghez